Mappa che contest!

Universe di Michela Picchi

Universe di Michela Picchi

Giovane e dinamico collettivo femminista operante nell’ambito rivoluzionario e militante, ricerca per inserimento nel proprio organico, una graphic designer volontaria abile nel disegno a mano libera e titolare di due ovaie tante.

La risorsa si occuperà di sviluppare un logo per ognuna delle seguenti attività:
-“Mappachepillola” – sito che si occuperà della mappatura di tutte quelle strutture abilitate a fornire la pillola del giorno dopo > sito
-“Una stanza tutta per sè” – Sportello antiviolenza per donne > sito

 

 

Si richiede conoscenza di Carla Lonzi, Angela Davis, Html, Photoshop e WordPress.
Sarebbe carino se fosse simpatica, reperibile, creativa e disponibile. Ma nessuna è perfetta.
In caso di disegnatrice 1.0 fondamentale approsimazione e voglia di cazzeggiare.

Se ti senti estrosa e in fondo Ribellula Inside inviaci un’immagine autoprodotta vettoriale  alla mail leribellule@yahoo.it
Per accedere alla fase successiva bisogna superare una prova che consiste nel mandare le suddette immagini nel formato 10x10cm JPG

Il presente annuncio è rivolto ad a solo un genere, quello femminile (lo abbiamo detto che siamo femministe, no?) e a persone di tutte le età e tutte le nazionalità, ai sensi di alcuni decreti legislativi che noi neanche consideriamo.

Il Manifesto Cagna

Ecco l’ estratto di The Bitch Manifesto – Manifesto Cagna (qui in versione intera) scritto da Joreen nell’autunno del 1968 che abbiamo proposto nel workshop.

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“CAGNA è un’organizzazione che ancora non esiste. Il nome sta a significare esattamente quello che sembra.
CAGNA è formata da Cagne. Esistono molte definizioni di cagna.

Le Cagne ricercano rigorosamente la propria identità in sé stesse e in quello che fanno. Sono soggetti, non oggetti. Possono avere un rapporto con una persona o un’organizzazione, ma non ‘sposano’ mai qualcuno o qualcosa: un uomo, un palazzo o un movimento.

Come il termine “negro”, “cagna” ha la funzione sociale di isolare e screditare una categoria di persone che non si conformano ai modelli di comportamento socialmente accettati. CAGNA non usa questa parola in senso negativo. Dovrebbe essere un atto di affermazione di sé e non di negazione da parte di altri.
La caratteristica più notevole di tutte le Cagne è che violano brutalmente le comuni concezioni di comportamento sessuale appropriato. Le violano in modi diversi.
Le Cagne si rifiutano di servire, onorare e obbedire a nessuno.
Pertanto, se presa sul serio, una Cagna è una minaccia per le strutture sociali che tengono le donne schiave, e i valori sociali che giustificano il mantenimento delle donne ‘al proprio posto’. E’ la testimonianza vivente del fatto che l’oppressione della donna non deve esistere per forza, e come tale solleva dubbi sulla validità di tutto il sistema sociale. Poiché è una minaccia, non viene presa sul serio. Viene invece derubricata come ‘deviante’.
Le Cagne non sono oppresse solo in quanto donne, ma anche per non essere ‘come le donne’. Perché ha insistito per essere prima umana che femminile, di essere fedele a sé stessa prima di inchinarsi alle pressioni sociali, una Cagna cresce da outsider.
Tutte le Cagne hanno rifiutato, nella mente e nello spirito, di conformarsi all’idea che esistano dei limiti a ciò che possono essere e fare. Non hanno messo limiti alle proprie aspirazioni o alla propria condotta. Per questa resistenza sono state duramente condannate. Sono state ridotte al silenzio, snobbate, derise,chiacchierate, schernite e ostracizzate.
Una Cagna ha una mente tutta sua e vuole usarla. Vuole eccellere, essere creativa, assumersi responsabilità. Quando si scontra con l’incrollabile muro dei pregiudizi sessuali, non si conforma. Si annienterà piuttosto, a furia di scontrarsi contro quel muro, perché non può accettare il ruolo, scelto da altri per lei, di ausiliaria. Di tanto in tanto riuscirà ad aprire un varco. Utilizzerà il proprio ingegno per trovare una scappatoia, o ne creerà una.
Alcune si rendono conto che il loro dolore non deriva solo dal loro non essere conformi, ma dal loro non voler conformarsi. Da ciò deriva la consapevolezza che non ci sia nulla di particolarmente sbagliato in loro, semplicemente non possono adattarsi a questo tipo di società. Molte, infine, imparano a isolarsi da un ambiente sociale così duro. Le Cagne possono diventare così indurite e callose che le loro ultime vestigia di umanità restano sepolte nel profondo e quasi distrutte.
Alcune, al posto di callosità, sviluppano ferite aperte. Invece di sicurezza, sviluppano una malsana sensibilità al rifiuto. Apparentemente forti esteriormente, dentro sono una poltiglia sanguinolenta, scorticate dalle frustate verbali continue che hanno dovuto sopportare.
Solo con le altre Cagne una Cagna può essere veramente libera.
Le Cagne sono le meno celebrate degli eroi meno celebrati in questa società. Sono pioniere, avanguardie, punte di diamante. Sia che desiderino o meno ricoprire questo ruolo, lo realizzano essendo semplicemente sé stesse. Coloro che violano i limiti li ampliano, o causano falle nel sistema.
Cagne sono state le prime donne ad andare all’Università, le prime a rompere il soffitto di cristallo delle professioni, le prime rivoluzionarie sociali, le prime sindacaliste, le prime capaci di organizzare altre donne. Perché non erano esseri passivi e hanno agito spinte dal risentimento di essere schiacciate, hanno avuto il coraggio di fare quello che le altre donne non avrebbero fatto. Hanno subito l’artiglieria pesante e la merda che la società serve a coloro che vorrebbero cambiarla, e hanno aperto alle altre donne porte sul mondo che altrimenti sarebbero rimaste chiuse. Hanno vissuto ai margini. E da sole o con il supporto delle proprie sorelle hanno cambiato il mondo in cui viviamo.
Le Cagne sono, per definizione, esseri marginali di questa società. Non hanno un proprio posto e in ogni caso non lo occuperebbero. Sono donne, ma non ‘vere donne’. Sono esseri umani, ma non di sesso maschile.
Come alla maggior parte delle donne è stato insegnato loro ad odiare sé stesse e tutte le altre donne. Interiorizzare un’idea di sé negativa si traduce sempre in una buona dose di amarezza e risentimento. Questa rabbia è di solito o rivolta contro di sé – rendendo una persona sgradevole, o su altre donne – rafforzando perciò gli stereotipi sociali. Solo attraverso la coscienza politica la rabbia viene rivolta all’origine del problema – il sistema sociale.
Le Cagne devono formare un movimento per affrontare i problemi in maniera politica. Devono organizzare la propria liberazione così come tutte le donne devono organizzare la loro.
Dobbiamo essere forti, dobbiamo essere militanti, dobbiamo essere pericolose. Dobbiamo renderci conto che ‘Cagna è bella’ e che non abbiamo nulla da perdere. Niente di niente.”

Pestaggio a Firenze

Esprimiamo massima solidarietà nei confronti di Anna. Picchiata il 7 dicembre a Firenze, S.Croce.

Di seguito riportiamo il suo racconto e  la sua corrispondenza su Radio Onda Rossa


In data 07/12/2012, in via Ghibellina, strada centrale a senso unico molto trafficata fino a tarda notte, vicino all’incrocio con via verdi, alle h 23.00 circa, in concomitanza con l’uscita dallo spettacolo al teatro verdi (spettacolo in data unica di M. Ranieri), mi stavo avvicinando alle strisce pedonali per attraversare l’incrocio con via verdi e recarmi verso la mia abitazione molto vicina a quel punto.
Parcheggiato sul marciapiede, c’era un suv di colore scuro che impediva l’accesso al marciapiede, l’accesso alle strisce pedonali ed occupava parte delle strisce pedonali a terra. Davanti a me c’era, inoltre, una coppia di anziani anch’essi impossibilitati a camminare e ad attraversare. Di fronte all’ennesimo atto di non rispetto nei confronti di pedoni anziani o con disabilità motoria, che ogni giorno trovano ostacoli e difficoltà per muoversi per le strade della zona, ho iniziato a battere le mani sul cofano della macchina nella speranza si attivasse l’allarme, con l’intento di attirare l’attenzione del proprietario, ovviamente sconosciuto. Ho girato attorno al potente mezzo ed ho rinvenuto a terra un pezzo di plastica nero, che si è poi rivelata la targa del veicolo. In quel momento dall’altro lato del marciapiede si staccava dal flusso dei passanti un gruppo di persone che hanno attraversato e mi sono venute incontro incolpandomi del danno alla targa. Il gruppo era di una decina di persone, in maggioranza uomini ed alcune donne, sui circa 40 anni, che mi hanno subito accerchiata e picchiata, aggredita, ingiuriata, minacciata.
La zona era popolata in quel momento, ma nessuno è intervenuto in alcun modo. In seguito al mio definirli “fascisti di merda”, mi hanno controbattuto: “fascisti sì e la merda sei tu” ed hanno continuato a picchiarmi. Ho cercato di difendermi creando uno spazio fra me e loro con il mio ombrello tascabile, che è stato da loro rotto malamente.
Cercando di svincolarmi, ho attraversato la strada, mentre loro continuavano a colpirmi, per recarmi in un punto più illuminato e popolato e mi sono rifugiata nel dehors del ristorante di fronte. Lì mi sono ritrovata un uomo davanti, sui circa 60/70 anni, che era fra me e la banda, che mi ha detto: “che cazzo c’hai contro i fascisti?”.
A quel punto ho iniziato a dirigermi verso casa, molto vicina a lì, quando dopo pochi minuti mi son sentita prendere per un polso, era un carabiniere che mi ha subito detto: “tu stasera finisci in galera”. I carabinieri, chiamati dagli aggressori presumibilmente per la targa, hanno preso solo me e portata con la volante in caserma. Nel tragitto, avvertendo dei forti dolori, ho più volte chiesto di avere dell’acqua e detto che stavo male perché mi avevano picchiata in banda. I carabinieri si sono un attimo fermati, uscendo entrambi dalla macchina per prendermi dell’acqua in un bar per la strada, quando me l’hanno data avevo difficoltà a bere e reggere il bicchiere per via dei dolori e dello shock, si sono spazientiti e mi hanno portato via l’acqua e chiuso di forza la portiera, ripartendo poi per la caserma.
Arrivati mi hanno messa a sedere su una sedia e mi hanno preso i documenti, per il resto non mi hanno fatto né testimoniare né mi hanno fatto domande sui fatti, non sono stata informata sui i miei diritti e su cosa avrei potuto fare per tutelarmi, né mi hanno informata di cosa stavano facendo loro a mio discapito. Allo stesso tempo non mi hanno soccorso nonostante i vari momenti di mancamento che mi colpivano, a causa delle mie gravi condizioni fisiche.
Del gruppo di aggressori sono arrivate con mezzo proprio solo 3 donne e un ragazzo, gli altri uomini del gruppo non essendo presenti, non sono stati né nominati né identificati, né comparsi come partecipi al pestaggio. Una delle 3 passando mi ha detto: “E ora ti stai più fermina”. Dalla stanza dove le donne parlavano con i carabinieri, ho potuto sentire che uno di loro aveva giocato a calcio con il fratello di una delle 3; inoltre un carabiniere ha fatto loro una pacata paternale riguardo all’errato parcheggio che avevano fatto con il suv. L’unica cosa su cui contavo era poter utilizzare il mio ombrello fracassato dagli aggressori, come testimonianza dell’efferato pestaggio che mi avevano arrecato, ma lo stesso oggetto in realtà mi è stato sequestrato dai carabinieri e da loro indicato falsamente come lo strumento che avevo utilizzato nel danno alla targa del veicolo che mi è stato attribuito. Dopo l’ennesimo svenimento e dopo aver ripetutamente chiesto dell’acqua, continuavo ad essere deliberatamente ignorata, finché non ho detto al carabiniere: “Potrei essere tua madre”, a quel punto ho avuto l’acqua.
Come ultimo atto sono arrivati gli operatori dell’ambulanza, dove mi hanno fatto salire per portarmi in ospedale. Nel trasporto mi è stato dato ossigeno ed è stato constatato il mio stato di shock, gli operatori mi hanno chiesto se fossi “borderline” e se fossi seguito da uno psicologo. Ho detto subito che ero stata picchiata da una banda di persone.
Sono uscita con una prognosi di 30 giorni, con una frattura alla costola e ponte dentario rotto. Due giorni dopo sono tornata in ospedale poiché avvertivo forti dolori e mi hanno rilevato una frattura anche alla costola destra.

Judith Butler rifiuta il “premio al coraggio civile” dal pride di Berlino

Judith Butler rifiuta il "premio al coraggio civile" dal pride di Berlino:

"Devo prendere le distanze dalla complicità con il razzismo"

http://www.youtube.com/watch?v=T0BzKCRgnj8

Come attivist* Trans e queer neri e alleati accogliamo con molto piacere
la decisione di Judith Butler di rifiutare Zivilcourage Prize conferitole
dal Pride di Berlino. Apprezziamo il fatto che una delle teoriche più
affermate abbia utilizzato la sua notorietà per sostenere la critica
‘queer of colour’ contro il razzismo, la guerra, le frontiere, la violenza della
polizia e l’apartheid. Soprattutto, consideriamo un atto dirompente la sua
denuncia e la sua critica aperta alla connivenza degli organizzatori/trici
con le organizzazioni omonazionaliste. Il suo coraggioso discorso
testimonia la sua apertura a nuove idee e la prontezza nel confrontarsi
con il nostro lungo percorso politico e il nostro lavoro accademico che non
soltanto portiamo avanti nell’isolamento e nella precarietà ma troppo
spesso finisce per essere strumentalizzato e appropriato indebitamente da
altri/e.
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LA RU486 SALVA LA VITA. LA NOSTRA – LA 194 NON SI TOCCA

Nel giorno in cui il cosiddetto “movimento per la vita” manifesta per
ricacciare le donne nel dramma degli aborti clandestini, le femministe di
Roma festeggiano i 32 anni della Legge 194 e la libertà di scelta per tutte
le donne.
La vita di cui tanti parlano a sproposito e con intenti reazionari è la
nostra e vogliamo viverla liberamente. Libere di scegliere se e quando
essere madri e libere di essere madri senza l'assillo della precarietà,
dell'assenza di nidi e tempo pieno, ecc.
Non permetteremo a nessuna Chiesa e nessun “governatore” di decidere al
posto nostro.
Difendiamo la legge 194 e chiediamo che la RU486 venga distribuita senza
obbligo di ricovero.
Per questo oggi, mentre il “movimento per la vita” sfilava verso il
Vaticano, lo abbiamo salutato calando uno striscione da Castel Sant' Angelo
su cui c'èra scritto: La ru 486 salva la vita... la nostra!
Collettivi femministi e associazioni di donne di Roma

Lettera aperta a Berlusconi della scrittrice albanese Elvira Dones

 

La scrittrice albanese Elvira Dones ha scritto questa lettera aperta al  premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle "belle  ragazze albanesi".  In visita a Tirana, durante l’incontro con Berisha, il premier bavoso ha attaccato  gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all’Albania. Poi ha aggiunto:  "Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze".


 NATA FEMMINA
 
 "Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha, confermava l’impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che  "per chi porta belle ragazze possiamo fare un’eccezione."
 Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine,di  notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate,  strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede.
Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E’ solo allora – tre anni più tardi – che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.
 Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell’uomo,  il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.
 Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il  titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù
 svizzera: andai in cerca di un’altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non  accetta che sua figlia sia morta per sempre,affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo.
E’ una storia lunga, Presidente… Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il
documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei.
 Ma l’avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.
 In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche  righe gliele dovevo. In questi vent’anni di difficile transizione  l’Albania s’è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse
mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L’Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.
 Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui  infuria la polemica Bertolaso , ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non  sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch’io a tutte le donne albanesi

 Merid Elvira Dones

 

Comunicato sullo stupro avvenuto nella ex-scuola “8 marzo”

 


 

Alcuni
giorni fa all’interno della scuola occupata “8 marzo” tre uomini occupanti
hanno agito violenza contro una donna ospite, anche
lei, dell’occupazione. La donna ha denunciato gli stupratori.

Noi
ci schieriamo a fianco di questa donna a cui riconosciamo il coraggio della
denuncia ed esprimiamo a lei tutta la nostra solidarietà.

 Purtroppo
la nostra esperienza politica e sociale ci ha insegnato che la sopraffazione
degli uomini sulle donne avviene anche in quegli ambienti che dovrebbero essere
liberi, come gli spazi di movimento, e che tali
violenze
 non cesseranno mai di esistere se non vengono costantemente messi
in discussione i rapporti di potere tra i generi e contemporaneamente
e
fermamente condannati gli atteggiamenti e i comportamenti sessisti che
troppo spesso  vengono  assunti come “normali” in una società
patriarcale e uomo-centrica e passano pertanto in secondo piano.

 
Abbiamo
invece appreso, con rabbia e rammarico, che la donna non ha ricevuto alcun tipo
di solidarietà da parte degli altri occupanti. Anzi è stata letteralmente
cacciata fuori dalla 8 marzo dopo essere stata picchiata! Inoltre non solo gli
occupanti,  continuano a convivere
tranquillamente con gli uomini violenti, ma, a quanto ci viene riferito,
iniziano a girare voci che denigrano la donna per il suo stile di vita e per i
suoi comportamenti: un copione che da sempre accompagna gli episodi di violenza
contro le donne quando queste denunciano pubblicamente la violenza subita. 

 
Tra
le persone accusate di violenza c’è Sandro Capuani, un occupante che, pur non
avendo mai fatto parte del CSOA Macchia Rossa, è stato coinvolto nel
procedimento giudiziario contro alcuni militanti e una militante del centro
sociale e della 8 marzo occupata.

 
Esprimiamo
la nostra netta condanna nei confronti di tale soggetto a cui, da ora in
avanti, neghiamo ogni forma di sostegno politico, legale ed umano.

 
A
questo punto ci aspettiamo ogni sorta di strumentalizzazione da parte dei
carabinieri della stazione di villa Bonelli e dai cosiddetti giornalisti loro
sodali, vista la fervida fantasia di cui hanno saputo dare prova. Questo non
toglie nulla alla drammaticità dei fatti.

 
Nell’ottobre
del 2007 c’era stata un’altra grave aggressione ai danni di una occupante della
“8 marzo” da parte del suo compagno. Allora, però, il comportamento degli/delle
occupanti era stato ben diverso: l’aggressore era stato messo in fuga ed il
massimo sostegno era stato fornito alla donna, arrivando anche a testimoniare
in tribunale sull’avvenuta aggressione.

 
Dal
14 settembre 2009, data del ben noto arresto di alcuni compagni e di una
compagna, le cose sono cambiate. Hanno tentato di farci credere che in
un’occupazione dove ci sia un’assemblea che si
dà delle regole finalizzate ad una convivenza civile ed al contrasto di
comportamenti violenti, in particolare contro le donne, è da considerarsi un
crimine. Un crimine da punire con la galera. O almeno questo, secondo il
teorema accusatorio costruito da magistratura e carabinieri, è quello che
vogliono farci credere.

 
Nei
mesi successivi a quella data la situazione all’interno della “8 marzo” non ha
fatto che peggiorare: dietro l’esplicita minaccia della repressione, i
meccanismi di autogestione hanno smesso di funzionare, compagni e compagne sono
stati progressivamente allontanati/e dall’occupazione, che si è di fatto
auto-isolata dal contesto cittadino della lotta per la casa. A parte alcuni che
hanno tentato di evitarlo, la maggioranza deglidelle occupanti, sempre dietro
la minaccia dei carabinieri, ha di fatto abbandonato la strada
dell’autorganizzazione, accettando la convivenza con informatori e spie,
tralasciando la lotta e negando nei fatti la solidarietà ai compagni e alla
compagna inquisiti.

 
Per
tutti questi motivi, purtroppo, ad oggi i compagni e le compagne del CSOA
Macchia Rossa non hanno nulla a che fare con la gestione dell’occupazione “8
marzo” e dichiarano pubblicamente e politicamente la loro estraneità a quello
che accade in un’occupazione gestita dai carabinieri e priva delle fondamenta
dell’autorganizzazione sociale, della lotta e della solidarietà.

 
CSOA
Macchia Rossa – Magliana