Le compagne dei Castelli Romani hanno cominciato la campagna OGO….

E’ iniziata venerdì 27 giugno con mostra e volantinaggio presso  un ospedale in zona la campagna OGO (obiettiamo gli obiettori) ai CastellI, firmata Assemblea delle donne dei Consultori ASL RMH.
abbiamo cominciato dall’ospedale di Velletri perchè lì l’IVG nemmeno è possibile: tutti medici sono obiettori!
considerando poi che in tutti gli ospedali della nostra ASL (Velletri, Marino, Genzano, Anzio-Nettuno) la maggior parte dei ginecologi è obiettore, avremo da fare ancora per un bel po’! e se qualcuna vuole darci una mano, è benvenuta.
vi spediamo il volantino che riporta, sul retro, tutti i nomi dei medici obiettori e l’articolo uscito solo oggi (1° luglio) sul Messaggero. abbiamo litigato un poco con il facente funzione direttore sanitario che non ci voleva là, ci hanno intervistato giornali e una  televisione locali, ma, sopratutto,  abbiamo parlato con un bel po’ di utenti.


della serie: SI PUO’ FARE!


prossima data: 8 luglio Genzano.
un bacio a tutte_____compagne dei Castelli

OGO: OBIETTIAMO GLI OBIETTORI


La campagna OGO vuole denunciare e contestare l’alto numero di medici l’obiettori che  rendono difficile l’accesso all’IVG e alla contraccezione d’emergenza.

I dati ci dicono che:

– in Italia gli aborti sono in calo del 3% rispetto al 2006 (del 45% rispetto al 1982);
– sono aumentati del 4,5 (rispetto al 2005) solo gli aborti delle donne non italiane;


– il 69% dei medici (89% a sud) sono obiettori, con un aumento del 10% dal 2005;
–  i tempi tra la richiesta e l’intervento vanno da 2  a 4 settimane;
– le donne sono spesso costrette a peregrinazioni da un ospedale all’altro o a migrare verso strutture sanitarie di Roma;
– i parti cesarei dono aumentati negli ultimi 10 anni dal 27%  al 38% (2006);
– alcuni ginecologi raccontano che molti colleghi obiettori fanno aborti nei propri studi privati;
– la lunga esclusione dall’assistenza sanitaria  delle donne neocomunitarie (rumene e bulgare) prive di tessera europea di assicurazione malattia (TEAM), prima che la circolare dell’agosto ‘07 le riconoscesse ‘europee non in regola’ (ENI), ha alimentano sicuramente ricorso aborto clandestino;


– l’Istituto superiore di sanità quantifica ancora in circa 20mila i casi di aborti clandestini al 2001 (contro i 100mila stimati al 1982), specie nell’ambito dello sfruttamento della prostituzione.


Le “ragioni” dell’obiezione, quindi,  non sono certo di “coscienza”: i medici diventano obiettori per interessi materialmente economici, politici, di prestigio e di carriera.
È questo sistema di potere medico-politico-clericale  che crea problemi  nei reparti di ginecologia dove interrompere volontariamente la gravidanza, riducendo in modo pesante la concreta attuazione della legge 194. Nello stesso tempo si riducono tempi e qualità dei servizi sanitari, allargando così la necessità del ricorso a strutture private accreditate e no.
Le difficoltà ad introdurre in Italia  la pillola abortiva RU486 utilizzata da anni in quasi tutti i paesi europei, o il
boicottaggio per la pillola contraccettiva d’emergenza (Norlevo) che viene fornita gratis alle minori  nei paesi civili, sono una ulteriore  prova dell’esercizio di  potere e controllo sull’autonomia femminile. L’obiettivo è sempre quello di complicare e criminalizzare le donne nella decisione autonoma su che cosa fare, su chi amare liberamente, sul partorire se, come, quando ci va.   
A questo punto pretendiamo almeno la disponibilità immediata della pillola del giorno dopo senza necessità di
prescrizione medica e della RU486 in alternativa all’aborto chirurgico.
A questo punto non facciamoci visitare o curare da un medico obiettore.
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Siamo tutte/i con Graziella

 Comunicato di Facciamo Breccia sui fatti avvenuti al Pride di Bologna

Facciamo breccia esprime sconcerto e preoccupazione politica per quanto avvenuto ieri, 28 giugno 2008, alla conclusione del pride di Bologna, a Graziella Bertozzo, nostra compagna di lotta e figura storica del movimento lgbt italiano.
Durante gli interventi conclusivi, mentre parlava Porpora Marcasciano, vicepresidente del MIT e attivista di Facciamo Breccia, il nostro coordinamento saliva sul palco per aprire uno striscione con la scritta: “28 giugno 1982. Indietro non si torna. Facciamo Breccia” per rivendicare la storia del movimento lesbico, gay e trans che in quella data aveva ottenuto il Cassero di Porta Saragozza, prima sede assegnata da un’istituzione pubblica al movimento, poi restituita nel 2001 alla Curia. Graziella Bertozzo, a differenza delle altre e degli altri attiviste/i di Facciamo Breccia, viene fermata all’ingresso del palco da una volontaria del Comitato Bologna Pride e da questa additata ad un uomo in borghese che non si è qualificato in nessun modo e che solo dopo avremmo appreso che era un funzionario della Digos. Graziella viene spintonata a terra e quindi cerca di rialzarsi (non sapendo che l’uomo che l’aveva fermata era un funzionario di polizia), intervengono allora altri poliziotti in divisa, la ammanettano e la trascinano fuori dalla piazza tenendole una mano sul collo, abbassandole la testa verso terra, la caricano a forza su un cellulare e la portano via a sirene spiegate. Altri compagni di Facciamo Breccia cercano di intervenire e altre persone presenti al pride o affacciate alle finestre gridano che  la “signora” non aveva fatto niente e che la situazione era incomprensibile. Graziella viene rilasciata dopo tre ore di fermo, indagata per “Resistenza a pubblico ufficiale e lesioni finalizzate alla resistenza”.
Graziella stava partecipando ad un’azione di comunicazione politica con altri/e compagni e compagne che rientrava nei contenuti che Facciamo Breccia ha scelto di portare in piazza al pride di Bologna, mostrando uno striscione che due ore prima, durante il corteo avevamo aperto davanti al Cassero di Porta Saragozza, per rivendicare la storia del movimento lgbt che in questo periodo le destre e il Vaticano stanno tentando di oscurare e criminalizzare in ogni modo, per ridurre nuovamente le nostre soggettività al silenzio.
Il Cassero è stato simbolicamente circondato di drappi rosa e arricchito di cartelli di rivendicazione politica, la polizia ha lasciato svolgere l’azione del tutto pacifica che ha riscosso molto riconoscimento dai/dalle partecipanti al corteo che hanno festosamente preso parte.
Siamo sconcertate/i che, alla conclusione di un grande corteo che pacificamente e festosamente voleva rivendicare diritti e cittadinanza per tutte/i, sotto il palco sia potuto accadere un simile fatto ai danni di Graziella Bertozzo, una delle prime lesbiche visibili del nostro movimento, per anni alla direzione di Arcigay – Arcilesbica, da sempre impegnata in tanti percorsi per i diritti di lesbiche, gay e transessuali e, tra le altre cose, una delle organizzatrici del Forum Sociale Europeo di Firenze del 2002.
Non si era mai vista la polizia legittimata sul palco di un pride: il concetto di “sicurezza” messo in opera, – in una manifestazione dal clima del tutto pacifico – è risultato un’azione violentemente repressiva e diffamatoria contro un’attivista riconosciuta da tutte e tutti.
Chiediamo oggi a tutte le componenti del movimento lgbt italiano e a tutte le soggettività politiche che si riconoscono nelle istanze di autodeterminazione, cittadinanza, diritti di assumersi la gravità di quanto avvenuto e di prendere posizione in merito ad accuse paradossali comminate ad una nostra compagna. Chiediamo a tutte e tutti, ed in particolare al Comitato Bologna Pride, di spendersi affinché la questione giudiziaria si chiuda immediatamente rendendo chiaro che l’azione di polizia è stata causata da un abnorme “equivoco”.

 http://www.facciamobreccia.org/

LA RAGNATELA DELLE OPPRESSIONI di Luna e le Altre

Luna e le Altre

Venerdì 27 giugno 2008

LA RAGNATELA DELLE OPPRESSIONI

L’intreccio di razza, classe e genere

Come sono costruite socialmente le differenze e come possono dialogare?
Quale possibilità di creazione di una rete di resistenza e trasformazione?

"Imparo nuove sillabe per la rivoluzione."
June Jordan

INCONTRO E DIBATTITO

Ore 19:00
Proiezioni e installazioni

Ore 19:30
Letture

Ore 22:00
FESTA!!!
Dj set

infoshop, bar

info@lunaelealtre.it

 http://www.lunaelealtre.it/

LA “SACRA FAMIGLIA” UCCIDE…

 

stop violence

Perugia, 25 maggio 2007. Un’altra donna viene uccisa, Barbara Cicioni,
e’ stata picchiata e poi soffocata mentre era nel letto, incapace di
difendersi per la gravidanza avanzata e il diabete.

Barbara Cicioni è morta il 25 maggio 2007. Ma la sua vita *matrimoniale*
era stata attraversata da sempre da violenze quotidiane, percosse,
ingiurie e vessazioni psicologiche. Alle continue violenze perpetrate
dal marito, Barbara aveva sicuramente reagito, lo aveva anche denunciato
e per un po’ era riuscita ad allontanarlo, ma poi ha continuato a
subirlo perché "la famiglia deve restare unita".

Il marito, Roberto Spaccino, ammette di averla picchiata la sera stessa
della sua morte, ma nega di averla assassinata: /"Mia moglie era
incinta, non l’avrei mai uccisa" … /

Infatti, in questa società, il valore della vita di una donna si misura
in funzione del suo ruolo di "incubatrice", moglie, madre al servizio

del focolare domestico, sempre più spesso testimone passiva di violenze
e abusi sessuali anche sulle proprie figlie/i.

La ‘strage’ quotidiana fatta di stupri e uccisioni contro le donne si
consuma nella maggioranza dei casi in famiglia. **

La sacra famiglia "…. uccide più della criminalità organizzata e
comune. Il 31,7% delle uccisioni avvengono tra le mura domestiche, più
del 68% delle vittime sono donne e il carnefice un familiare maschio o
comunque un uomo che aveva rapporti con la vittima in 9 casi su 10
(marito, padre, fidanzato, fratello, vicino di casa ecc.). Il rischio
più alto è per le inoccupate, tra i 25 ed i 54 anni … “ /(dal Corriere
dell’Umbria di martedì, /11 /marzo 2008) /**

E’ in questo sistema sociale che, più le donne vengono violentate e
uccise in famiglia e più la famiglia viene esaltata dai vari Ratzinger,
Ruini, Casini e dalla loro ideologia maschilista e patriarcale, in cui
l’uomo considera moglie e i figli di sua proprietà. **

Ed è in questo sistema sociale, che di violenza eterosessista si
alimenta e che violenza produce, che si va rafforzando una politica di
centralità della famiglia (fino al family day) e di subordinazione della
donna in un clima da moderno medioevo che nega di fatto ogni libertà di
scelta libera e consapevole. Se alle donne vengono negati i diritti
basilari di decidere della propria vita, se la legge di uno Stato
considera la sua vita meno di un embrione, la causa/conseguenza è la
ripresa del peggiore maschilismo nei rapporti uomo donna! **

E’ questo stesso sistema sociale che genera violenza: rinchiude le donne
dentro le mura domestiche, ne impedisce l’autodeterminazione negando
loro un reddito, chiude spazi di socialità dove potersi confrontare e
aiutare, offre una città blindata e desertificata, alimenta paura e
solitudine attraverso misure di controllo securitarie e di stampo
razzista, senza dare alcuna risposta al bisogno diffuso e capillare di
diritti e di sicurezza sociale. Queste misure hanno un effetto diretto
d’incoraggiamento delle violenze sessuali a tutti i livelli: creano un
clima oscurantista e di sopraffazione, creano città "sotto
controllo",
invivibili, in cui è bandita, e a volte, addirittura criminalizzata,
ogni forma di socialità non consumistica. **

C’è un rapporto diretto tra aumento delle misure di "sicurezza"
e
l’aumento degli stupri e dei femminicidi, tra la violenza dello Stato e
quella della società. **

BASTA VIOLENZA SULLE DONNE! **

Nel nome di tutte le donne stuprate, uccise, oppresse, contro questa
guerra di bassa intensità contro le donne rispondiamo con rabbia e
determinazione **

*Giovedì 19 giugno, ore 9.00 in concomitanza con la prima udienza del
dibattimento per il femminicidio di Barbara Cicioni, uccisa il **25
maggio 2007 a Marsciano. Presidio in piazza della Repubblica a Perugia.
Per rivendicare l’autodeterminazione delle donne e ricordare che senza
diritti non c’è sicurezza! Contro ogni violenza maschilista, familista,
di Stato!!! *

* *

*f.i.p. Via Settevalli 18.06.08 sommovimento femminista perugia***

Libertà e solidarietà per gli/le antifascisti/e

antifuck

 

In Italia come in Germania gli/le antifascisti/e continuano ad essere
perseguitati/e e incarcerati/e.
Andrea Neff è una compagna rinchiusa attualmente nella prigione di Pankow
a Berlino. É stata condannata a 14 mesi di detenzione per una serie di
accuse abbastanza pretestuose come aver distribuito dei volantini contro un
CPT presso i loro uffici amministrativi, per essere stata fermata con delle
uova con del pepe irritante durante una manifestazione antifascista, per
essere stata fermata con del pepper-spray (legale in Germania) in un
villaggio della Baviera dove nei pressi si teneva un raduno di vecchi
gerarchi delle SS hitleriane e infine per avere fatto un occupazione di
qualche ora in una casa abbandonata.
Christian Sümmermann è perseguitato da parecchio tempo dallo stato
tedesco per il suo attivismo antifascista e anche lui sta scontando in
questi mesi la sua condanna nelle galere tedesche. Christian ha subito un
processo con modalità antiterrorismo quando invece doveva rispondere
solamente di aver collaborato alla costruzione di una barricata con
cassonetti ed un’auto rovesciata per bloccare un corteo neonazista a
Berlino.

Entrambi subiscono un regime carcerario estremamente duro che impone
restrizioni economiche, impedimenti sulle visite e nella comunicazione con
l’esterno, arrivando fino alla violazione dei diritti umani elementari
negando a Christian i medicinali e le cure necessarie e indispensabili a
combattere l’epatite c da cui è affetto.
Il 19 giugno è il compleanno di Christian e per questa data è stata
indetta una giornata di mobilitazione internazionale per richiedere che
possa usufruire dei benefici garantiti dalla legge tedesca e tornare libero
allo scadere dei 2/3 della pena (ad agosto 2008).

Giovedì 19 giugno ore 10 saremo davanti all’ambasciata tedesca di Roma
(Via S. martino della Battaglia,4) con un sit-in per richiedere la
liberazione degli e delle antifascisti/e.

La nostra solidarietà va a Emiliano, compagno dell’Università, che sta
ancora agli arresti per essersi difeso dall’aggressione dei fascisti di
Forza Nuova all’Università La Sapienza.

Libertà per Christian, Andrea ed Emiliano Liberi/e tutti/e

Gruppo di solidarietà con Andrea e Christian di Roma

 

roma pride 2008. 100.0000 urli di libertà, democrazia e resistenza

Dopo la scioccante posizione oscurantista dei mass media main stream ,
 sentiamo la necessità e la responsabilità di dare spazio a quella parte di
piazza che resiste .

Il pride di Roma non  é stato solo matrimoni tra persone dello stesso sesso
 all’insegna di vestiti da cerimonia e torte lussuose… anzi questi
 erano davvero pochi , quasi
il segno di una presa di coscienza che ci dice
 che forse prima di poterCi sposare, di poter rivendicare gli stessi
 diritti dobbiamo riuscire ad esistere.


Esistere con forme di esistenze troppo spesso ritenute
 indecorose ,attacchi alla morale pubblica, con corpi da censurare , da
 ridurre all’invisibilità con pestaggi e misure repressive che rimangono nel
 silenzio non suscitano scalpore.
 Quegli  stessi corpi  di lesbiche, trans e gay, NON-ADATTI e CENSURATI,
 hanno
            preso fortemente la parola attraverso modalità non solite in
  piazza, fatte di performance , urli , giochi e provocazioni .

 Tanta gente, tante le famiglie dentro al corteo segnalavano come il pride
 non è più una manifestazione esclusiva di chi vive scelte sessuali non
 conformi , ma come sia diventata una piazza di dissenso gaio , di protesta
 e di ricerca di un differente modo di espressione su cui reinventarci .

 E’ stata dunque la prima manifestazione a Roma dalla data in cui si è
 insediato il governo delle destre e l’amministrazione comunale guidata dal
 sindaco picchiatore.
 Una manifestazione che portava attraverso i corpi l’ antifascismo,
respingendo qualsiasi tentativo di farci apparire come
I e LE socialmente pericolosi e pericolose:
 RIMANDIAMO AL MITTENTE UNA LEZIONE DI DEMOCRAZIA E DI LIBERA ESPRESSIONE CHE DIFFICILMENTE POTRÁ ESSERE COMPRESA DA CHI
PRODUCE E ATTIVA PACCHETTI SICUREZZA OMOFOBI E RAZZISTI.

 

Lettera aperta al movimento lgt antifascista e al movimento antifascista tutto

di  
Graziella Bertozzo

Il nostro paese sta accelerando la corsa verso una compiuta forma di
fascismo: credo che ci sia bisogno di una risposta immediata.

E spiego subito chi, secondo me, è responsabile dell’introduzione del
fascismo in un paese, della produzione di pogrom, dell’omicidio di vittime
innocenti: è responsabile il piccolo o grande dittatore di turno, ma anche i
suoi ministri-fantoccio; è responsabile il generale che ordina di uccidere
ma anche il soldato che esegue quell’ordine, è responsabile il picchiatore
che uccide un ragazzo per strada, ma anche chi si volta dall’altra parte. E’
responsabile quel veronese che in autobus grida "vicino a sto negro no me
sento" (trad: non mi siedo), ma anche chi non interviene e non si
scandalizza (episodio raccontato dai compagni  di scuola di uno degli
assassini veronesi di Nicola).

Credo che tutti/e noi che ci definiamo antifascisti/e, ma – a maggior
ragione – il movimento lgt,  avremmo dovuto inorridire e denunciare il
nazismo, l’orrore, la violenza che trasudavano dalle foto delle trans e
delle ragazze rincorse fra gli sterpi dai poliziotti e insultate da una
folla di teppisti l’altro giorno a Roma.  Oppure togliamo il "t" dalla
sigla, visto quanto siamo stati/e bravi/e ad assumerci una scena che troppo
da vicino ricorda le foto dei nazisti all’opera nei primi anni 40.

Ero a Verona, sabato 17 maggio, e anche a me, seppure lesbica, ha dato noia
che l’arcigay pensasse di essere parte di uno spezzone glbt che invece non c’era
proprio.

Quella era una manifestazione che voleva denunciare che il tiro si era
alzato, che ad essere colpiti/e non erano più solo i/le migranti, i/le rom,
i/le trans, le lesbiche, i gay. Che voleva dire che a Verona – laboratorio
di destra – il fascismo aveva già alzato il tiro e aveva ucciso un ragazzo
qualsiasi. Prima ancora che lesbica io a Verona volevo essere una donna, una
qualsiasi donna: solo come tale posso porre il mio corpo contro la barbarie
che ci apprestiamo a vivere. Io a Verona non ero la lesbica Graziella, io a
Verona ero Nicola, perché lo avevo preso sul serio lo striscione di
apertura.

A Verona nel ’95, con il Comitato "Alziamo la testa", contribuii ad
organizzare una precedente manifestazione per denunciare l’attacco fascista
contro gay e lesbiche portato avanti da quell’amministrazione di destra,
molto simile all’attuale. Fin da subito abbiamo avuto chiara una cosa: che
alla barbarie non saremmo bastati/e noi, non sarebbe bastata la scomparsa
delle lesbiche, dei gay, dei/delle trans da Verona e dal mondo.

Fin da allora avemmo chiaro che la battaglia prioritaria avrebbe dovuto
essere per il diritto di tutti/e a non essere linciati/e da quella folla
inferocita che alcuni/e di noi avevano e avrebbero visto da vicino, istigata
da inviti all’omicidio pronunciati in consiglio comunale, che solo con una
battaglia politica generale avremo potuto cercare di salvare la nostra
dignità, la nostra autodeterminazione, la nostra stessa vita. E la linea di
demarcazione oggi sta lì: l’orrore nazista del secolo scorso ci insegue da
vicino, e mie/i/* compagni/e di percorso politico possono essere solo coloro
che non temo si trasformino domani in una folla che mi vuol linciare o in
una folla che si gira dall’altra parte.

Non importa di quale delle due folle si fa parte: il fascismo ha bisogno di
entrambe per vincere, e oggi, in Italia, le sta trovando. Purtroppo anche in
quello che si definisce movimento lgt che, mi spiace dirlo, ma di fronte a
quelle trans con la pelle strappata dai rovi, con le mani dei poliziotti
addosso, con la folla che godeva del loro dolore, rischia di girarsi dall’altra
parte.

Me compresa, in un assurdo tentativo di nasconderci nella folla che non
vede. Perché è troppo doloroso, o perché non siamo stati/e noi – in quel
momento – ad essere alla gogna.

Da più parti si invita il movimento lgt al pragmatismo, alla ricerca del
dialogo, anche con rappresentanti delle istituzioni che si ispirano ad
ideologie fasciste. So di non sembrare pragmatica, eppure credo di esserlo,
e molto. Ma il pragmatismo e il dialogo sono utilizzabili in un contesto
civile, mentre quello che vedo oggi è tutto fuorché civile. E allora le
pragmatiche operazioni di giocarsi visibilità nelle manifestazioni o sui
media (cosa che anch’io in altri tempi ho fatto) oggi mi sembrano ridicole
di fronte a quanto sta avvenendo. E ridicolo mi sembra un "movimento lgt"
che invita Alemanno al cinema o la Carfagna ai pride e che vorrebbe
spiegarle cos’è la discriminazione, o che scherza sull’abbigliamento che ci
viene richiesto, e intanto lascia sole quelle persone di fronte alla folla.

Non mi importa parlare alla Carfagna, vorrei tanto – invece – trovare parole
per quelle trans, per quelle ragazze, e trovarle con voi, a cui scrivo
questa lettera aperta. Vorrei ricordare che quelle sono – come noi – le
compagne di strada di cui ci ha lungamente parlato Ornella Serpa, la cui
morte abbiamo pianto solo pochi giorni fa.

Tutti/e al pride con un bel triangolo rosa, ma non messo da noi, messo da
loro. Ma per 365 giorni all’anno, quel triangolo, e non tutti/e in gruppo,
ma nei nostri paesi, nelle nostre città, sul posto di lavoro. Come le trans
trascinate via a Roma e fotografate come un trofeo. Questo è quello che
rischiamo.

Un pride incosciente di tutto ciò può essere solo una dichiarazione di
incapacità politica di rispondere a quanto sta avvenendo, una regressione
all’epoca pre-movimento lgt.

L’imbarazzo che ho provato di fronte alla promozione del pride con tono
festaiolo nella circostanza veronese è qualcosa di più di semplice
imbarazzo: è la paura di perdere dignità e autorevolezza come movimento glt
di fronte a quelle poche realtà rimaste dalla nostra parte. Non dalla parte
lgt, ma dalla parte della dignità umana, della civiltà, della laicità, del
rispetto, dell’autodeterminazione.

E’ la paura che dimostrare tale debolezza e incapacità politica ci porti ad
essere le prossime vittime, esattamente come nella notte dei lunghi
coltelli.

Se ci sono gay, lesbiche o trans che fanno parte delle folle che si girano
dall’altra parte e vogliono venire al pride, per quanto mi riguarda possono
pure venire, la strada è di tutti/e.

Io starò fisicamente accanto a loro, ma non camminerò con loro. Oggi in
Italia c’è bisogno di dire altro dal "siamo tutti uguali". Uguali a chi?
Alla maggioranza? No, io non sono uguale, anche se a volte rischio di
esserlo: io non mi voglio girare dall’altra parte, la voglio guardare in
faccia quella trans della foto. Voglio riconoscere in tutte le altre persone
presenti in quella foto i suoi aguzzini. Voglio riconoscere la violenza
fascista che ha prodotto quel dolore: riconoscerla è l’unico modo per
potermi definire antifascista, altrimenti sono l’antifascista della
domenica, esattamente come i cattolici della domenica.

Quando nel 1994 si fece il primo pride a Roma, io ero molto orgogliosa di
appartenere a un movimento di donne e uomini coraggiosi/e che, per la prima
volta in Italia, sfidavano la paura degli scarsi numeri per gridare non il
proprio essere uguali, ma per l’appunto il proprio essere diversi, ma non in
quanto lesbiche, gay o trans, bensì in quanto donne e uomini che non
abbassavano la testa.

Ecco, abbiamo bisogno di ancora più coraggio, e di intelligenza, per
resistere, come movimento e come singoli/e: non possiamo permetterci di
cullare nelle beate saune e discoteche proprio nessuno, e non possiamo
permetterci di avere accanto delle persone inaffidabili che credono di
vivere nel migliore dei mondi possibili, e che le unioni civili magari ce le
dà questo governo.

Può essere che ce le dia, ma solo se siamo ariani e abbiamo almeno 50.000
euro di reddito l’anno.

E intanto linciamo i/le rom e le trans brasiliane, così siamo fino in fondo
uguali a tutti quell’altri.

Il 7 giugno prossimo ci sarà il pride di Roma e ci voglio essere, ci voglio
essere con un cartello al collo con scritto "sono una trans brasiliana"
perché oggi in Italia c’è davvero bisogno di una nuova Stonwell, ma anche di
una nuova resistenza. E non mi basterà sfilare per le vie del centro, ma
vorrei tanto andare in quel luogo dove atti di barbarie si stanno compiendo
sugli stessi soggetti che diedero vita al primo Stonwell.

Credo che sia un dovere morale di chi si ritiene movimento lgt e/o
antifascista non concludere il pride di Roma 2008 a ballare o a divertirsi,
ma portando un segnale di civiltà in quei luoghi dove anche quella sera ci
saranno persone in balia di picchiatori fascisti.

E’ un invito, un invito a resistere forse poco pragmatico, ma siamo
totalmente dentro ad un regime da cui sarà possibile uscire solo dopo tante
altre morti, che saranno via via più barbare e più generalizzate, e non
credo che abbiamo molti altri strumenti che non si chiamino antifascismo e
resistenza.

L’odio che avanza

L’odio che avanza


Che in Italia le cose fossero cambiate ce ne eravamo accorti, ma da quanto
si è visto ieri sul TG 1 delle ore 20, la prova è sotto gli occhi di
tutti, o quantomeno sotto gli occhi di quanti e quante hanno a cuore
la democrazia. Il telegiornale mostrava le scene della folla
inferocita contro le transessuali in una zona della capitale. Le
interviste ai cittadini "esasperati" erano intramezzate da scene di
vera caccia all’uomo da parte di giovani, molti dei quali con le teste
rasate. Si capiva benissimo la piega che aveva preso la protesta, anzi
che piega è stata fatta prendere al disagio della periferia romana.
Baldi giovani, con una buona dose di esagitazione, si lanciavano tra i
cespugli alla caccia delle prede sotto gli occhi delle telecamere e
delle forze dell’ordine. L’obiettivo era  centrato sulla
"cattura"
(questi i termini usati nel servizio) di due transessuali da parte dei
baldi giovani che ricordavano verosimilmente gli stessi che hanno
colpito a Verona. Le due malcapitate aggredite e insultate venivano
trascinate nelle macchine della polizia indifferente a quanto accadeva
e circondate da una folla inferocita. A noi sono venuti i brividi!
Dopo mesi di una pericolosa strategia della tensione basata tutta
sulla sicurezza che individua nell’immigrato e nel diverso in generale
colui che attenta alla tranquillità dei cittadini, dopo una campagna
di odio lanciata dalle gerarchie ecclesiastiche contro tutte le
persone non conformi, dopo mesi e mesi di campagna politica centrata
tutta sulla creazione delle più assurde fobie, questo è il risultato!
Nell’ora di massimo ascolto, quello trasmesso dal telegiornale non ci
è sembrato il servizio di una paese civile ma quello molto più
populista di una paese arretrato. Come associazioni e come democratici
non possiamo e non vogliamo restare in silenzio aspettando che il
peggio avanzi perché quello che si è visto in televisione ieri è
quanto di peggio l’Italia può produrre.  Denunciamo il clima di odio e
di intolleranza che non risolve i problemi ma minaccia la sicurezza
dei più deboli. Denunciamo l’indifferenza della politica e delle
istituzioni verso una violenza trans fobica, omofoba, razzista che sta
diventando ogni giorno più forte. Ci appelliamo a tutte e tutti coloro
che hanno a cuore la democrazia, perché di questo si parla, di non
restare in silenzio, di rispondere all’avanzata dell’odio e della
violenza che sta facendo precipitare l’Italia verso un baratro che
sembrava scongiurato per sempre. Quello che si è visto è vergognoso e
va condannato.
MIT
(Movimento Identità Transessuale)
Comitato Diritti
Civili delle
Prostitute