Incontro internazionale per la libera circolazione delle persone: lotte contro i CPT, CIE, e frontiere.

Barcellona 1-4 Ottobre

L’esistenza delle frontiere implica la necessità di trasgredirle.

E’ importante problematizzare lo spazio dal quale si parla, la Fortezza Europa, fondata e rifondata attraverso secoli di politica colonialista, che ridefinisce la repressione di una forma selettiva, inseguendo e penalizzando la libera circolazione delle persone, trasformando ad alcuni in produttori sotto controllo e altri in “illegali”, inseguiti e rinchiusi.

Per la sua ridefinizione, la Fortezza Europa crea fronti di guerra, territori militarizzati; sviluppa tecnologie di controllo sociale ogni volta più sofisticate; incentiva la figura del nemico interno, controllato, scovato , eliminato e deportato; criminalizza atti di solidarietà con gli immigrati, ed estende un rete di lager che, mediante la complicità e la collaborazione dei paesi di origine degli immigrati, inizia molto prima di arrivare alle frontiere e si estende per tutta la Unione Europea.

La definizione dell’altro è fondamentale per la gestione della guerra capitalista, è il nemico necessario. Gli stessi che sfruttano gli immigrati, formano i vari secondini di turno, mentre i mezzi di comunicazione massiva non smettono di propagandare messaggi di un razzismo protetto e “politicamente corretto”, che la popolazione accetta attraverso il discorso del multiculturalismo e quando no, attraverso la paura dell’insicurezza, creando la figura del cittadino sbirro che denuncia e collabora con il meccanismo dell’espulsione.

Le forme di controllo, oggi, convergono verso un modello unico ogni volta sempre più repressivo e totalitario. Questo sistema impone delle condizioni che ai migranti e ai reclusi non lasciano altra alternativa che lo scontro e la ribellione. A Ceuta e Melilla centinaia di “sin papeles” si sono uniti per assaltare le frontiere dello stato Spagnolo. A Lampedusa (Italia), a Vincennes (Francia), a Patras (Grecia), a Steenokkerzeel (Belgio) e in molti altri luoghi sono stati gli stessi detenuti che si sono ribellati e organizzati per bruciare le proprie strutture di reclusione. Conseguentemente a questi fatti, compagni con o senza permesso di soggiorno, ci siamo mobilizzati di fronte alle frontiere e ai lager di stato, realizzando azioni, campagne e lotte autorganizzate in distinti paesi.

Per questo sentiamo l’ urgenza di condividere esperienze di lotta e abbiamo deciso di convocare un incontro internazionale di discussione e dibattiti. Vi invitiamo a condividere le vostre idee, tattiche ed esperienze, e a discutere proposte di strategie future durante le giornate dal 1 al 4 ottobre.

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*RESPINGIAMO IL PACCHETTO SICUREZZA! [Mercoledì 1 luglio sotto il Senato]

Mercoledì 1 luglio, dalle 15:30, tutte e tutti sotto il Senato

 

Dopo mesi di discussioni, rinvii e voti di fiducia che hanno ignorato
ogni forma di protesta, il governo Berlusconi si appresta ad approvare
definitivamente in senato il disegno di legge 733, noto come "pacchetto
sicurezza": una legge che nega i diritti fondamentali delle persone,
siano esse migranti o native.
Il pacchetto introduce il reato d’ingresso e soggiorno illegale, che
colpisce le persone migranti, cancellando il loro diritto a esistere,
all’assistenza sanitaria, all’istruzione e alla casa. Se il ddl sarà
approvato, chi è senza permesso di soggiorno non potrà più ricevere cure
mediche, riconoscere figlie e figli alla nascita, sposarsi o inviare i
soldi a casa. Si introducono le ronde mentre in nome del "decoro urbano"
continuano gli sgomberi e la ghettizzazione degli insediamenti rom e le
aggressioni di stampo razzista e xenofobo. Le ordinanze dei sindaci
limitano il diritto a incontrarsi nei parchi e nei luoghi pubblici o a
manifestare per le strade e nelle università.
Prima ancora di essere approvato, il pacchetto sicurezza ha già ucciso:
dalla donna incinta morta dissanguata a Bari per la paura di essere
denunciata in ospedale, alle persone morte nei CIE (centri di
identificazione ed espulsione) per le violenze, perché non ricevono
un’assistenza sanitaria adeguata o per la disperazione di vedersi
consegnare un decreto di espulsione, che significa essere rispedite/i in
luoghi di conflitto o nelle carceri libiche, spesso dopo aver vissuto e
lavorato duramente e senza diritti per molti anni nel nostro paese.
Ma c’è una parte della società che in questi mesi ha espresso nei modi
più disparati il proprio dissenso: medici e insegnanti, migranti,
rifugiati/e e richiedenti asilo, scuole d’italiano, donne, femministe e
lesbiche, gay e trans, studenti e occupanti di casa, singoli/e e
associazioni vogliono respingere al mittente il pacchetto sicurezza e le
politiche razziste di questo governo. A Roma, come in molte altre città
italiane, si sono moltiplicate le iniziative che hanno denunciato con
forza le condizioni di vita nei CIE e la brutalità delle politiche dei
respingimenti, protestando contro una legge che, dietro una falsa
esigenza di sicurezza, nasconde la chiara volontà politica di gestire in
maniera repressiva la crisi che stiamo vivendo.
Crediamo che sia necessario sentirsi tutte e tutti coinvolti in quanto
sta accadendo, creare spazi di dibattito sempre più ampi e moltiplicare
le iniziative di protesta in ogni città, a partire dalle giornate di
discussione e approvazione del pacchetto sicurezza.
Vogliamo prendere la parola, per lottare insieme, italiane/i e migranti,
a partire dai nostri territori, perché desideriamo una società aperta
all’incontro tra tutte le differenze, perché l’unica sicurezza che
vogliamo è libertà e diritti per tutte e tutti.
*Respingiamo il pacchetto sicurezza!
Mercoledì 1° luglio, dalle ore 15:30 in poi,
tutte e tutti sotto il Senato
durante la discussione finale del ddl 733 *
RETE CONTRO IL PACCHETTO SICUREZZA
http://nopacchettosicurezza.noblogs.org
pacchettosicurezza@anche.no

Magnitudo Lady

Magnitudo Lady nasce
dall’incontro tra donne di vari percorsi e provenienze de L’Aquila e di
Roma, che da subito dopo il terremoto hanno avviato una riflessione su
quale potesse essere l’intervento più efficace per rilanciare sul
territorio aquilano spazi, pratiche e un lavoro politico di e per le
donne, cercando di rimerrere in moto anche quelli esistenti prima del
sisma.

Dopo aver vissuto i campi, condiviso esperienze con le compagne de
L’Aquila e aver appreso informazioni l’idea di mettere in piedi un
punto_info è sembrata a tutte la cosa più utile ed importante in questo
momento.

Magnitudo Lady risponde al desiderio di creare uno spazio che
rimetta al centro dell’attenzione le problematiche e le questioni
legate al genere. Un luogo che parta dalla prevenzione e dalla
promozione della salute della donna e dalla sessualità per farsi
strumento di diffusione di informazioni e di mediazione tra le donne e
i servizi presenti sul territorio.

Uno degli obiettivi è realizzare una “mappa aquilana dei servizi
(consultori, centri antiviolenza ecc…), una cartina su cui segnalare le
strutture che faticosamente ricominciano le attività sul territorio,
materiale che potrà essere volantinato e distribuito nei campi per
socializzare la presenza dello sportello e allo stesso tempo dare delle
indicazioni utili alle donne.

Naturalmente lo sportello va valorizzato con tutte le risorse di cui
disponiamo e con tutti gli strumenti di sensibilizzazione e
controinformazione che ci vengono in mente (opuscoli, volantini),
perchè è necessario creare le premesse affinchè quel luogo arrivi a
rappresentare anche una possibilità altra di socializzazione e di
incontro, di scambio e di discussione per le donne, dal quale far
partire nuove sinergie e nuovi contributi da convogliare verso un
progetto a lungo termine.

É per questo che abbiamo pensato che la creazione di una biblioteca
di genere potesse andare nella direzione di potenziamento
dell’info.point. Un tale “angolo culturale” ha bisogno del sostegno di
tutte/i per prendere forma ed è per questo che a breve vorremmo far
partire una raccolta libri di e per le donne.

Magnitudo Lady è un work in progress, che ci vedrà coinvolte dalla
mattina di domenica 28 giugno nella costruzione fisica dell’info in
legno, e nel pomeriggio in un momento di discussione e confronto per
nuovi contributi e nuove idee.

 

Napoli. Ragazza pestata a sangue, rischia di perdere l’occhio


La
folla pietrificata dalla paura, Piazza Bellini, skinheads scatenati:
hanno insultato ragazzi omosessuali, solo la 27enne è intervenuta.
Omofobia, ma soprattutto indifferenza. A meno di una settimana dalla
diffusione del video della morte del suonatore romeno Petru a
Montesanto (spirato in mezzo alla folla che fuggiva), ancora una volta
i napoletani devono interrogarsi sulla difficile conciliazione tra
paura e senso civico. In piazza Bellini, intorno alle due di notte, un
gruppetto di delinquenti con il capo rasato ha malmenato alcuni giovani
omosessuali e mandato all’ospedale una ragazza che era intervenuta
(unica a farlo) in loro soccorso. Tutto si è svolto all’aperto, al
centro di Napoli, sotto gli occhi di centinaia di persone che non hanno
mosso un dito. Solo quando il raid omofobo è terminato, qualcuno si è
avvicinato alla ragazza ferita, offrendo dell’acqua, ma lei ha
rifiutato rispondendo sdegnata: «L’acqua mi serviva prima».

Già dal loro ingresso nella piazza si è capito quali fossero le loro
intenzioni. I bulli skinheads hanno cominciato a dare fastidio a un
gruppo di giovani, che frequentano la sede dell’Arcigay. Prima hanno
cominciato con gli insulti, poi è volato qualche schiaffo. Le parole
sono diventate sempre più pesanti, come gli schiaffoni, inferti in
mezzo al divertimento dei membri del gruppo.

Coloro che erano intorno hanno fatto finta di non vedere. Solo una
ragazza di 27 anni, non ce l’ha fatta a trattenere lo sdegno per
l’aggressione verbale che si stava compiendo. Ha avvicinato il
gruppetto e ha urlato: «Basta fermatevi! Ma che volete? Perché non ci
lasciate in pace?». Per tutta risposta, la giovane ha ricevuto uno
spintone, è caduta per terra ed è stata presa a calci. La violenza dei
colpi è stata così forte che la ragazza, ora ricoverata in ospedale,
rischia di perdere un occhio».

Le associazioni omosessuali napoletano hanno fatto un comunicato
congiunto, denunciando l’insicurezza vissuta dai gay in piazza Bellini:
«La vera vergogna che denunciamo è la “licenza di aggredire” che viene
così indirettamente concessa a chi viola i corpi e la dignità di altri
esseri umani e la deriva violenta di false propagande: un “Decreto
sicurezza” che non tutela un bel nulla, le istigazioni allo squadrismo
violento e la cancellazione dell’omofobia dal novero degli allarmi
sociali di questo Paese». (Giorgio Mottola – il Corriere della Sera)

http://www.notiziegay.com/?p=31169

RESPINGIAMO IL PACCHETTO SICUREZZA!

Your sexiest photo


 

 

GIOVEDÌ 25 GIUGNO, ORE 18.00
ASSEMBLEA PUBBLICA IN PIAZZA DELLA MARRANELLA

Dopo mesi di discussioni, rinvii e voti di fiducia che hanno ignorato
ogni forma di protesta, il governo Berlusconi si appresta ad approvare
definitivamente in senato il disegno di legge 733, noto come "pacchetto
sicurezza": una legge che nega i diritti fondamentali delle persone,
siano esse migranti che native.

Il pacchetto introduce il reato d’ingresso e
soggiorno illegale, che colpisce le persone migranti, cancellando il
loro diritto a esistere, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e
alla casa. Se il ddl sarà approvato, chi è senza permesso di soggiorno
non potrà più ricevere cure mediche, riconoscere figlie e figli alla
nascita, sposarsi o inviare i soldi a casa.

Si introducono le ronde mentre in nome del "decoro
urbano" continuano gli sgomberi e la ghettizzazione degli insediamenti
rom e le aggressioni di stampo razzista e xenofobo. Le ordinanze dei
sindaci limitano il diritto a incontrarsi nei parchi e nei luoghi
pubblici o a manifestare per le strade e nelle università.

Prima ancora di essere approvato, il pacchetto
sicurezza ha già ucciso: dalla donna incinta morta dissanguata a Bari
per la paura di essere denunciata in ospedale, alle persone morte nei
CIE (centri di identificazione ed espulsione) per le violenze, perché
non ricevono un’assistenza sanitaria adeguata o per la disperazione di
vedersi consegnare un decreto di espulsione, che significa essere
rispedite/i in luoghi di conflitto o nelle carceri libiche, spesso dopo
aver vissuto e lavorato duramente e senza diritti per molti anni nel
nostro paese.

Ma c’è una parte della società che in questi mesi ha
espresso nei modi più disparati il proprio dissenso: medici e
insegnanti, migranti, rifugiati/e e richiedenti asilo, scuole
d’italiano, donne, femministe e lesbiche, gay e trans, studenti e
occupanti di casa, singoli/e e associazioni vogliono respingere al
mittente il pacchetto sicurezza e le politiche razziste di questo
governo. A Roma, come in molte altre città italiane, si sono
moltiplicate le iniziative che hanno denunciato con forza le condizioni
di vita nei CIE e la brutalità delle politiche dei respingimenti,
protestando contro una legge che, dietro una falsa esigenza di
sicurezza, nasconde la chiara volontà politica di gestire in maniera
repressiva la crisi che stiamo vivendo.

Crediamo che sia necessario sentirsi tutte e tutti
coinvolti in quanto sta accadendo, creare spazi di dibattito sempre più
ampi e moltiplicare le iniziative di protesta in ogni città, a partire
dalle giornate di discussione e approvazione del pacchetto sicurezza.

Vogliamo prendere la parola, per lottare insieme,
italiane/i e migranti, a partire dai nostri territori, perché
desideriamo una società aperta all’incontro tra tutte le differenze,
perché l’unica sicurezza che vogliamo è libertà e diritti per tutte e
tutti!

  • Per coordinarci e organizzare momenti di denuncia pubblica sulle norme razziste del pacchetto sicurezza, nella giornata di martedì 30 giugno, nelle modalità che ognuna/o deciderà di mettere in pratica;

  • per dire che noi non siamo spie, che noi non denunciamo, che l’unica
    cosa che respingiamo è il pacchetto sicurezza e che saremo davanti al
    senato mercoledì 1° luglio, durante la discussione del ddl 733, per gridare forte la nostra rabbia;

  • per costruire insieme una mobilitazione nazionale contro i lager che chiamano CIE e il razzismo di Stato nel prossimo autunno;

la Rete contro il pacchetto sicurezza invita tutte e tutti a partecipare a un momento di incontro pubblico: giovedì 25 giugno, alle ore 18.00,
in piazza della Marranella, nel quartiere di Torpignattara, dove
convivono tanti/e cittadini/e del mondo e dove il razzismo
istituzionale sta tentando di alimentare l’odio per la diversità e la
guerra tra poveri/e.

RETE CONTRO IL PACCHETTO SICUREZZA
http://nopacchettosicurezza.noblogs.org
pacchettosicurezza@anche.no

IL 13 GIUGNO IL ROMAPRIDE C’E’!

 A otto giorni dal RomaPride 2009 nessuna risposta dalle Istituzioni alla nostra denuncia sui tre percorsi negati al corteo.

    Le oltre trenta sigle che compongono il Comitato RomaPride 2009 ribadiscono che il 13 giugno il Pride ci sarà, nonostante le difficoltà e le incertezze che i divieti continuano a creare al regolare svolgimento della manifestazione.

    Lanciamo un appello a tutte le forze politiche, ai movimenti, alle associazioni, alla società civile, ad essere vicini alle persone lgbtq in questo difficile momento, sia mostrando solidarietà in questi giorni, sia sfilando tutti/e insieme il 13 giugno.

    Quando si colpiscono minoranze  o singole persone, limitandone le libertà, in realtà si colpiscono le  libertà di tutti/e.

    I divieti posti ai percorsi richiesti sono in effetti un modo furbo e burocratico per indebolire il corteo e quindi un attacco sostanziale alla libertà di manifestare, diritto costituzionale e base della democrazia.

    Riteniamo che l’appuntamento per tutti e tutte il 13 giugno  a Piazza della Repubblica sia ormai improrogabile.

    Per questo sollecitiamo ulteriormente le Istituzioni ad una rapida risposta che permetta la manifestazione secondo quanto ragionevolmente richiesto.

    Comitato RomaPride 2009Segreteria Organizzativa
    HTTP://www.romapride.it

Gheddafi e le donne italiane

Pubblichiamo il testo di una lettera di protesta contro l’ incontro programmato per il prossimo 12 giugno tra il leader libico Gheddafi e 700 donne italiane scelte da deputate, imprenditrici e semplici casalinghe guidate da Mara Carfagna e dalla presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia.

 

Al Leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista

(Per conoscenza, alle e ai rappresentati del governo italiano e dell’Unione europea)

Gentile Muammar Gheddafi,

noi non facciamo né vogliamo far parte delle 700 donne che lei ha chiesto di incontrare il 12 giugno durante la sua visita in Italia.
Siamo, infatti, donne italiane, di vari paesi europei e africani estremamente preoccupate e scandalizzate per le politiche che il suo Paese, con la complicità dell’Italia e dell’Unione europea, sta attuando nei confronti delle donne e degli uomini di origine africana e non, attualmente presenti in Libia, con l’intenzione di rimanervi per un lavoro o semplicemente di transitarvi per raggiungere l’Europa.

Siamo a conoscenza dei continui rastrellamenti, delle deportazioni delle e dei migranti attraverso container blindati verso le frontiere Sud del suo paese, delle violenze, della “vendita” di uomini e donne ai trafficanti, della complicità della sua polizia nel permettere o nell’impedire il transito delle e dei migranti.

Ma soprattutto siamo a conoscenza degli innumerevoli campi di concentramento, a volte di lavoro forzato, alcuni finanziati dall’Italia, in cui donne e uomini subiscono violenze di ogni tipo, per mesi, a volte addirittura per anni, prima di subire la deportazione o di essere rilasciati/e.

Alcune di noi quei campi li hanno conosciuti e, giunte in Italia, li hanno testimoniati.
Tra tutte le parole e i racconti che abbiamo fatto in varie occasioni, istituzionali e non, o tra tutte le parole e i racconti che abbiamo ascoltato, scegliamo quelli che anche Lei, insieme alle 700 donne che incontrerà, potrà leggere o ascoltare.

Fatawhit, Eritrea: “Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure (…) Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. (…) L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.”

Saberen, Eritrea: “Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari.”

Tifirke, Etiopia: “Siamo state picchiate e abusate, è così per tutte le donne”. (Dal film “Come un uomo sulla terra”).

Siamo consapevoli, anche, che Lei e il suo Paese non siete gli unici responsabili di tali politiche, dal momento che gli accordi da Lei sottoscritti con il governo italiano prevedono ingenti finanziamenti da parte dell’Italia affinché esse continuino ad attuarsi e si inaspriscano nei prossimi mesi e anni in modo da bloccare gli arrivi dei migranti sulle coste italiane; dal momento, inoltre, che l’Unione europea, attraverso le sue massime cariche, si è espressa in diverse occasioni a favore di una maggiore collaborazione con il suo Paese per fermare le migrazioni verso l’Europa.

Facciamo presente innanzitutto a Lei, però, e per conoscenza alle e ai rappresentati del governo italiano, alle ministre e alle altre rappresentanti del popolo italiano che Lei incontrerà in questa occasione, così come alle e ai rappresentanti dell’Unione europea, una nostra ulteriore consapevolezza: quella per cui fare parte della comunità umana, composta da donne e uomini di diverse parti del mondo, significa condividere le condizioni di possibilità della sua esistenza.

Tra queste, la prima e fondamentale, è che ogni donna, ogni uomo, ogni bambino, venga considerato un essere umano e rispettato/a in quanto tale.

Finché tale condizione non verrà considerata da Lei né dalle autorità italiane ed europee noi continueremo a contestare e a combattere le politiche dell’Italia, della Libia e dell’Unione europea che violano costantemente i principi che stanno alla base della sua esistenza e fino a quel momento, quindi, non avremo alcuna voglia di incontrarla ritenendo Lei uno dei principali e diretti responsabili delle pratiche disumane nei confronti di una parte dell’umanità.