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31.01.08

“Gli stolti chiamavano umanità quel che era già un principio di schiavitù” (Tacito, Agricolae)

Inviato in Generale | 11:23

                                                                                                                                                              In una società che si autodefinisce “democratica” e “multiculturale” paradossalmente il rigurgito neofascista delle politiche securitarie e repressive fomenta un clima sociale di paura e odio del diverso che legittima qualsiasi intervento contro il non conforme. Lo vediamo ormai troppo spesso con i dispiegamenti assurdi di forze dell’ordine contro ogni forma di dissenso, i processi a carico di chi si autorganizza, le aggressioni fasciste contro migranti, lesbiche, gay e chiunque abbia stili di vita non normati.

Pacchetti sicurezza e ronde di quartiere:la priorità è mettere in discussione e impedire l’autodeterminazione di tutti e tutte.

In questo contesto la gestione del corpo della donna ritorna al centro dell’attenzione mediatica,mentre l’abuso sui nostri corpi a fini elettorali e demagogici è ormai consolidato quanto il controllo attraverso principi morali dettati dal vaticano. Non è un caso che si voglia convincere l’opinione pubblica che sia delittuoso scegliere una maternità consapevole e che l’essere in grado di determinare ogni aspetto della propria vita sia un ingiusto privilegio.

Le politiche italiane sulla famiglia ed il neoliberismo consacrano da un lato il regresso del servizio pubblico, dall’altro il ritorno delle donne all’interno della famiglia, luogo delimitato di prima produzione, di primo consumo, e di sostenibilità. Qui,ci si rifugia per essere protette dai “pericoli del mondo”, subendo però mariti e padri violenti in nome di una falsa morale. E questo circolo vizioso viene mantenuto da un piano giuridico ed economico che intenzionalmente non rende possibile l’indipendenza e l’autodeterminazione al di fuori del nucleo familiare.

L’antifascismo per noi non è una pratica di semplice contrapposizione, ma la costruzione quotidiana delle nostre vite. E’,quindi, anche uscire da quel luogo di violenza, riunirsi tra donne senza la mediazione dell’istituzione politica; la stessa istituzione che promuove politiche paritarie, cui basta la rappresentanza femminile negli organi del potere patriarcale per ritenersi soddisfatta.

Ma un’autorganizzazione e un’autodeterminazione che partano dalle individualità di tutte e tutti non possono essere tollerate da media e politica. Queste, in quanto prime espressioni di un potere gerarchico e maschilista, non possono sopportare l’assenza di palchi come di istituzioni.

Così preti, politicanti, medici e opinionisti sollevano un coro che dovrebbe essere in difesa della vita, per la vita, con discorsi tesi,invece, a potenziare la propria possibilità di esercitare un controllo sulle donne da emarginare attraverso medicalizzazione, psicanalizzazione e colpevolizzazioni benpensanti e bigotte.

La lotta delle donne pratica la sua resistenza scardinando ogni meccanismo di potere attraverso la pratica dell’orizzontalità. Lo fa da sempre, perché non c’è un inizio di una condizione femminile. La lotta non può essere massificante e distruggere anch’essa le diversità e le specificità di ognun@ ricreando un potere di rappresentanza che serve solo ad incanalarsi all’interno di un sistema. La costruzione e decostruzione del genere e delle proprie individualità è dunque pratica di lotta, un rendersi “altro” rispetto all’ordine costituito, un modo per sovvertire quel biopotere che sempre più esplicitamente si serve di una rabbia da controllare attraverso le gerarchie e le soluzioni di ordine fittizio funzionale solo alla privazione di ogni libertà.

 

Mentre aspettiamo che cadano l’ultimo papa e l’ultimo re…oviolence!

(boicotta il bigotto!)

 

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