23.05.08

Lettera aperta al movimento lgt antifascista e al movimento antifascista tutto

Inviato in antifa | 09:13

di   Graziella Bertozzo

Il nostro paese sta accelerando la corsa verso una compiuta forma di
fascismo: credo che ci sia bisogno di una risposta immediata.

E spiego subito chi, secondo me, è responsabile dell'introduzione del

fascismo in un paese, della produzione di pogrom, dell'omicidio di vittime
innocenti: è responsabile il piccolo o grande dittatore di turno, ma anche i
suoi ministri-fantoccio; è responsabile il generale che ordina di uccidere
ma anche il soldato che esegue quell'ordine, è responsabile il picchiatore
che uccide un ragazzo per strada, ma anche chi si volta dall'altra parte. E'
responsabile quel veronese che in autobus grida "vicino a sto negro no me
sento" (trad: non mi siedo), ma anche chi non interviene e non si
scandalizza (episodio raccontato dai compagni  di scuola di uno degli
assassini veronesi di Nicola).

Credo che tutti/e noi che ci definiamo antifascisti/e, ma - a maggior
ragione - il movimento lgt,  avremmo dovuto inorridire e denunciare il
nazismo, l'orrore, la violenza che trasudavano dalle foto delle trans e
delle ragazze rincorse fra gli sterpi dai poliziotti e insultate da una
folla di teppisti l'altro giorno a Roma.  Oppure togliamo il "t" dalla
sigla, visto quanto siamo stati/e bravi/e ad assumerci una scena che troppo
da vicino ricorda le foto dei nazisti all'opera nei primi anni 40.

Ero a Verona, sabato 17 maggio, e anche a me, seppure lesbica, ha dato noia
che l'arcigay pensasse di essere parte di uno spezzone glbt che invece non c'era
proprio.

Quella era una manifestazione che voleva denunciare che il tiro si era
alzato, che ad essere colpiti/e non erano più solo i/le migranti, i/le rom,
i/le trans, le lesbiche, i gay. Che voleva dire che a Verona - laboratorio
di destra - il fascismo aveva già alzato il tiro e aveva ucciso un ragazzo
qualsiasi. Prima ancora che lesbica io a Verona volevo essere una donna, una
qualsiasi donna: solo come tale posso porre il mio corpo contro la barbarie
che ci apprestiamo a vivere. Io a Verona non ero la lesbica Graziella, io a
Verona ero Nicola, perché lo avevo preso sul serio lo striscione di
apertura.

A Verona nel '95, con il Comitato "Alziamo la testa", contribuii ad
organizzare una precedente manifestazione per denunciare l'attacco fascista
contro gay e lesbiche portato avanti da quell'amministrazione di destra,
molto simile all'attuale. Fin da subito abbiamo avuto chiara una cosa: che
alla barbarie non saremmo bastati/e noi, non sarebbe bastata la scomparsa
delle lesbiche, dei gay, dei/delle trans da Verona e dal mondo.

Fin da allora avemmo chiaro che la battaglia prioritaria avrebbe dovuto
essere per il diritto di tutti/e a non essere linciati/e da quella folla
inferocita che alcuni/e di noi avevano e avrebbero visto da vicino, istigata
da inviti all'omicidio pronunciati in consiglio comunale, che solo con una
battaglia politica generale avremo potuto cercare di salvare la nostra
dignità, la nostra autodeterminazione, la nostra stessa vita. E la linea di
demarcazione oggi sta lì: l'orrore nazista del secolo scorso ci insegue da
vicino, e mie/i/* compagni/e di percorso politico possono essere solo coloro
che non temo si trasformino domani in una folla che mi vuol linciare o in
una folla che si gira dall'altra parte.

Non importa di quale delle due folle si fa parte: il fascismo ha bisogno di
entrambe per vincere, e oggi, in Italia, le sta trovando. Purtroppo anche in
quello che si definisce movimento lgt che, mi spiace dirlo, ma di fronte a
quelle trans con la pelle strappata dai rovi, con le mani dei poliziotti
addosso, con la folla che godeva del loro dolore, rischia di girarsi dall'altra
parte.

Me compresa, in un assurdo tentativo di nasconderci nella folla che non
vede. Perché è troppo doloroso, o perché non siamo stati/e noi - in quel
momento - ad essere alla gogna.

Da più parti si invita il movimento lgt al pragmatismo, alla ricerca del
dialogo, anche con rappresentanti delle istituzioni che si ispirano ad
ideologie fasciste. So di non sembrare pragmatica, eppure credo di esserlo,
e molto. Ma il pragmatismo e il dialogo sono utilizzabili in un contesto
civile, mentre quello che vedo oggi è tutto fuorché civile. E allora le
pragmatiche operazioni di giocarsi visibilità nelle manifestazioni o sui
media (cosa che anch'io in altri tempi ho fatto) oggi mi sembrano ridicole
di fronte a quanto sta avvenendo. E ridicolo mi sembra un "movimento lgt"
che invita Alemanno al cinema o la Carfagna ai pride e che vorrebbe
spiegarle cos'è la discriminazione, o che scherza sull'abbigliamento che ci
viene richiesto, e intanto lascia sole quelle persone di fronte alla folla.

Non mi importa parlare alla Carfagna, vorrei tanto - invece - trovare parole
per quelle trans, per quelle ragazze, e trovarle con voi, a cui scrivo
questa lettera aperta. Vorrei ricordare che quelle sono - come noi - le
compagne di strada di cui ci ha lungamente parlato Ornella Serpa, la cui
morte abbiamo pianto solo pochi giorni fa.

Tutti/e al pride con un bel triangolo rosa, ma non messo da noi, messo da
loro. Ma per 365 giorni all'anno, quel triangolo, e non tutti/e in gruppo,
ma nei nostri paesi, nelle nostre città, sul posto di lavoro. Come le trans
trascinate via a Roma e fotografate come un trofeo. Questo è quello che
rischiamo.

Un pride incosciente di tutto ciò può essere solo una dichiarazione di
incapacità politica di rispondere a quanto sta avvenendo, una regressione
all'epoca pre-movimento lgt.

L'imbarazzo che ho provato di fronte alla promozione del pride con tono
festaiolo nella circostanza veronese è qualcosa di più di semplice
imbarazzo: è la paura di perdere dignità e autorevolezza come movimento glt
di fronte a quelle poche realtà rimaste dalla nostra parte. Non dalla parte
lgt, ma dalla parte della dignità umana, della civiltà, della laicità, del
rispetto, dell'autodeterminazione.

E' la paura che dimostrare tale debolezza e incapacità politica ci porti ad
essere le prossime vittime, esattamente come nella notte dei lunghi
coltelli.

Se ci sono gay, lesbiche o trans che fanno parte delle folle che si girano
dall'altra parte e vogliono venire al pride, per quanto mi riguarda possono
pure venire, la strada è di tutti/e.

Io starò fisicamente accanto a loro, ma non camminerò con loro. Oggi in
Italia c'è bisogno di dire altro dal "siamo tutti uguali". Uguali a chi?
Alla maggioranza? No, io non sono uguale, anche se a volte rischio di
esserlo: io non mi voglio girare dall'altra parte, la voglio guardare in
faccia quella trans della foto. Voglio riconoscere in tutte le altre persone
presenti in quella foto i suoi aguzzini. Voglio riconoscere la violenza
fascista che ha prodotto quel dolore: riconoscerla è l'unico modo per
potermi definire antifascista, altrimenti sono l'antifascista della
domenica, esattamente come i cattolici della domenica.

Quando nel 1994 si fece il primo pride a Roma, io ero molto orgogliosa di
appartenere a un movimento di donne e uomini coraggiosi/e che, per la prima
volta in Italia, sfidavano la paura degli scarsi numeri per gridare non il
proprio essere uguali, ma per l'appunto il proprio essere diversi, ma non in
quanto lesbiche, gay o trans, bensì in quanto donne e uomini che non
abbassavano la testa.

Ecco, abbiamo bisogno di ancora più coraggio, e di intelligenza, per
resistere, come movimento e come singoli/e: non possiamo permetterci di
cullare nelle beate saune e discoteche proprio nessuno, e non possiamo
permetterci di avere accanto delle persone inaffidabili che credono di
vivere nel migliore dei mondi possibili, e che le unioni civili magari ce le
dà questo governo.

Può essere che ce le dia, ma solo se siamo ariani e abbiamo almeno 50.000
euro di reddito l'anno.

E intanto linciamo i/le rom e le trans brasiliane, così siamo fino in fondo
uguali a tutti quell'altri.

Il 7 giugno prossimo ci sarà il pride di Roma e ci voglio essere, ci voglio
essere con un cartello al collo con scritto "sono una trans brasiliana"
perché oggi in Italia c'è davvero bisogno di una nuova Stonwell, ma anche di
una nuova resistenza. E non mi basterà sfilare per le vie del centro, ma
vorrei tanto andare in quel luogo dove atti di barbarie si stanno compiendo
sugli stessi soggetti che diedero vita al primo Stonwell.

Credo che sia un dovere morale di chi si ritiene movimento lgt e/o
antifascista non concludere il pride di Roma 2008 a ballare o a divertirsi,
ma portando un segnale di civiltà in quei luoghi dove anche quella sera ci
saranno persone in balia di picchiatori fascisti.

E' un invito, un invito a resistere forse poco pragmatico, ma siamo
totalmente dentro ad un regime da cui sarà possibile uscire solo dopo tante
altre morti, che saranno via via più barbare e più generalizzate, e non
credo che abbiamo molti altri strumenti che non si chiamino antifascismo e
resistenza.


23.05.08

L'odio che avanza

Inviato in corpi&repressione | 09:06

L'odio che avanza

Che in Italia le cose fossero cambiate ce ne eravamo accorti, ma da quanto
si è visto ieri sul TG 1 delle ore 20, la prova è sotto gli occhi di
tutti, o quantomeno sotto gli occhi di quanti e quante hanno a cuore
la democrazia. Il telegiornale mostrava le scene della folla
inferocita contro le transessuali in una zona della capitale. Le
interviste ai cittadini "esasperati" erano intramezzate da scene di
vera caccia all'uomo da parte di giovani, molti dei quali con le teste
rasate. Si capiva benissimo la piega che aveva preso la protesta, anzi
che piega è stata fatta prendere al disagio della periferia romana.
Baldi giovani, con una buona dose di esagitazione, si lanciavano tra i
cespugli alla caccia delle prede sotto gli occhi delle telecamere e
delle forze dell'ordine. L'obiettivo era  centrato sulla
"cattura"
(questi i termini usati nel servizio) di due transessuali da parte dei
baldi giovani che ricordavano verosimilmente gli stessi che hanno
colpito a Verona. Le due malcapitate aggredite e insultate venivano
trascinate nelle macchine della polizia indifferente a quanto accadeva
e circondate da una folla inferocita. A noi sono venuti i brividi!
Dopo mesi di una pericolosa strategia della tensione basata tutta
sulla sicurezza che individua nell'immigrato e nel diverso in generale
colui che attenta alla tranquillità dei cittadini, dopo una campagna
di odio lanciata dalle gerarchie ecclesiastiche contro tutte le
persone non conformi, dopo mesi e mesi di campagna politica centrata
tutta sulla creazione delle più assurde fobie, questo è il risultato!
Nell'ora di massimo ascolto, quello trasmesso dal telegiornale non ci
è sembrato il servizio di una paese civile ma quello molto più
populista di una paese arretrato. Come associazioni e come democratici
non possiamo e non vogliamo restare in silenzio aspettando che il
peggio avanzi perché quello che si è visto in televisione ieri è
quanto di peggio l'Italia può produrre.  Denunciamo il clima di odio e
di intolleranza che non risolve i problemi ma minaccia la sicurezza
dei più deboli. Denunciamo l'indifferenza della politica e delle
istituzioni verso una violenza trans fobica, omofoba, razzista che sta
diventando ogni giorno più forte. Ci appelliamo a tutte e tutti coloro
che hanno a cuore la democrazia, perché di questo si parla, di non
restare in silenzio, di rispondere all'avanzata dell'odio e della
violenza che sta facendo precipitare l'Italia verso un baratro che
sembrava scongiurato per sempre. Quello che si è visto è vergognoso e
va condannato.
MIT
(Movimento Identità Transessuale)
Comitato Diritti
Civili delle
Prostitute

12.05.08

Lettera Aperta-Comitato Madri per Roma Città Aperta

Inviato in antifa | 22:37

 

Ancora una volta, nel nostro paese, a Verona, una vita è perduta per l'aggressione da parte di giovani che hanno come idea guida il razzismo, l'intolleranza del diverso.


L’uso della violenza fisica e verbale è segno di una scomparsa della capacità critica che spinge il violento a proclamarsi giudice e boia del suo avversario dichiarato o anche di qualsiasi categoria egli senta come nemica.

Il razzismo,come caccia al diverso, allo straniero, al povero, al deviante, a chi non accetta di appartenere al gruppo;

la cultura sessista, omofoba, intollerante, escludente che nasconde la paura e l’incapacità di misurarsi con altre culture, di mettersi in discussione;

la mitizzazione e l’uso della forza, delle armi, dei coltelli che vengono sfoderati e mostrati in ogni occasione;

la diffusione di numerose bande di adolescenti che incombono sui quartieri di periferia; portano un unico segno, quello dell’ideologia della sopraffazione, dell’odio per le minoranze e le diversità. Sono figli di una mistica razzista che si richiama ai principi fondanti dell’ideologia fascista e nazista.

Nelle stanze di chi ha ucciso Nicola Tomassoli a Verona sono stati trovati i simboli del fascismo e del nazismo. Sulle braccia di chi ha ucciso Renato Biagetti a Roma  erano tatuati i simboli della estrema destra.

Non vedere le dimensioni di questi fenomeni, anzi continuare a darne interpretazioni riduttive significa non capire che non stiamo parlando di ‘gruppetti’ e meno che mai di nostalgici ma di una parte di giovani italiani che guarda al passato non solo come insieme di simboli ma come prova che si può passare all’azione contro un mondo che non funziona e non può funzionare proprio perché è democratico e tollerante.

Eppure questa  violenza non si cancella con le rivisitazioni della nostra storia ma piuttosto nel cercare di conoscere e capire come e perchè  si senta "escluso" e "potente" chi  vive come una gara e una sfida costante la  vita della polis, qualunque sia la sua situazione geografica e anagrafica.

Le istituzioni, i massmedia, gli uomini di cultura sono chiamati a rispondere rispettivamente della loro inerzia e dei tanti opportunismi che anche in queste ore permettono di dare dignità di analisi socio-politica a quelle che sono solo pericolose farneticazioni.

Se solo, al primo assalto, alla prima aggressione, al primo saluto romano, fossero state applicate tempestivamente le leggi che in Italia mettono al bando il fascismo e il razzismo,.


Se solo la parola sicurezza  fosse interpretata come battaglia per una cultura della tolleranza e del rispetto delle diversità.

Se solo la parola antifascismo invece di essere messa ad equa distanza dalla parola fascismo, fosse interpretata come l’azione continua dei cittadini democratici contro ogni forma di razzismo e intolleranza. Se continuassimo a considerarlo un valore fondante

Nicola e Renato sarebbero ancora qui con noi.

E’ necessario interrogarci su cosa è oggi o che cosa può essere oggi l'antifascismo.


Noi ne siamo convinte: l’antifascismo oggi significa   diritti, uguaglianza,  partecipazione,  pace.

 

Comitato Madri per Roma Città Aperta

http://madrixromacittaperta.noblogs.org/


  

 

 

08.05.08

PUPOTTE RIBELLI

Inviato in no alla violenza di genere | 10:59

FUORI IL CONTROLLO DAI NOSTRI CORPI E DALLE NOSTRE VITE.
INVADIAMO LA CITTA' CON LA RABBIA DELLE PUPOTTE RIBELLI.

Questa notte le Pupotte, le stesse donne di carta della campagna  "adotta un consultorio" apparse qualche mese fa sui muri di Bologna, sono scese fino a Roma;

 Appoggiamo il principio della campagna, ma utilizziamo questo strumento comunicativo per aprirci ai nostri territori ed esprimere tutta la nostra solidarietà per le femministe e le lesbiche  di Bologna che sono scese in piazza determinate a denunciare stupratori, medici e farmacisti obiettori, ricevendo come risposta da un sindaco giustizialista e forcaiolo la repressione.

Nella nostra città le donne di carta invaderanno i muri di scuole, universita', ospedali, consultori e mercati cercando di intercettare tutt@ coloro che attraversano questi spazi pubblici.
Qui nel Lazio, la  regione in cui la pillola RU486 e' ancora un miraggio e l'aborto non e' garantito in tutti gli ospedali.
 Un (sopr)uso generalizzato dell'obiezione di coscienza ostacola  i servizi(diritti) di ivg e di contraccezione e crea un clima avverso alle donne.
 Le Pupotte esprimono il disincanto rispetto ad una metropoli in cui i servizi sanitari per le donne sono inesistenti e insufficienti; dove i consultori sono molto spesso fagocitati dalle a.s.l. e tolti alle assemblee delle donne; invasi da chi impone valori ipocriti e vuole decidere sui corpi altrui, da chi non parla alle donne ma al loro senso di colpa.
Le Pupotte rifiutano una societa' repressa che non informa  sui tipi di  prevenzione ma indottrina ad  astenersi dal sesso;una società succube dell' ingerenza clericale che appiattisce la cultura e rende l'istruzione pubblica di stampo cattolico ed eterosessista, che non concede spazio nelle scuole e nelle universita' a materie sul genere e sulla sessualita'.
Pupotte ribelli perche' non accettano i ruoli imposti di madri e mogli all'interno di una famiglia mitizzata che nasconde una realtà di violenze e oppressioni quotidiane; perchè rifiutano un finto sistema di welfare che continua a demandarla  sostenibilita'    sociale e familiare alle donne.
Pupotte libere dai dogmi cattolici perche' la mia sessualita' la scelgo io.

Determinate a voler andare fino in fondo nel denunciare tale condizione, continuando ad attraversare i quartieri di questa citta' con la stessa rabbia e voglia di liberazione.


PUPOTTE RIBELLI

per scaricare le pupotte e invadere la tua città vai sul blog di atelier betty

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

03.05.08

CIAO ORNELLA

Inviato in Generale | 12:11

 

Ornella Serpa si occupava del Coordinamento per la Difesa delle Persone Prostitute,noi Ribellule ci abbiamo parlato per la prima volta durante il primo laboratorio antifascista della RAM a Roma,rimanemmo tutte estasiate e rapite dal suo intervento sul rapporto tra fascismo,clero e prostituzione,e non potemmo fare a meno di confrontarci su questi temi e non sapete che carica ci diede.

Una delle primissime militanti di Facciamo Breccia, è morta ieri 2 maggio in un pronto soccorso di Roma, dove era stata accompagnata dalle compagne di Amatrix, di cui faceva parte. La causa della morte pare essere un arresto cardiaco.

La ricordiamo attiva in molte circostanze, in particolare durante l'organizzazione del primo no vat, quando è stata una delle pochissime presenti su Roma.

Per ora semplicemente possiamo dire che è morta una di noi, ma che proprio per questo abbiamo un motivo in più per vivere e combattere. Anche per lei, per la vita che ha fatto, perché aveva scelto anche noi come compagn* di strada del suo riscatto.

Ciao Ornella.

Facciamo Breccia

A/matrix ricorderà Ornella insieme alle amiche e agli amici,

sabato 10 maggio
alla Casa Internazionale delle donne,

in via della Lungara
19 a Roma,
a partire dalle 16.30. 

ngv_br_it_20051117_ne_colpevoli_ne_vittime.avi  di sexy shock

Ne' colpevoli ne' vittime - Videobox all'European Conference on Sexwork, human rights labour and migration Conferenza europea su sex work - Progetto presentato da International Committee on Rights of Sex Workers

Bruxelles, ottobre 2005: lavoratori e lavoratrici sessuali di tutt'Europa si incontrano, discutono, condividono, progettano, tessono reti.

Tre giornate intense per parlare di lavoro sessuale, migrazione e diritti umani, l'occasione straordinaria di costruire una dichiarazione europea dei diritti di chi lavora nell'industria del sesso: un Manifesto che pone i problemi e i desideri dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso al centro del dibattito politico europeo per sottrarli alle banalizzazioni, alla criminalizzazione e al vittimismo.